Informazioni Utili

  • Approccio terapeutico

    L’approccio terapeutico segue un orientamento cognitivo- costruttivista. Questa strategia terapeutica ha come presupposto fondamentale la concezione che non esiste una realtà oggettiva, universale e pertanto uguale per tutti, ma che esistono tante realtà così quanti possono esserne gli osservatori.

     

    Con ciò si intende che ognuno di noi attribuisce un significato personale a ciò che lo circonda, utilizzando modalità specifiche con cui si rappresenta il mondo e ricorda le esperienze della vita passata.

     

    La conoscenza personale si origina in relazione al tipo e alla qualità dei legami di attaccamento strutturati nel corso dello sviluppo individuale con le figure significative (genitori, o chi comunque si è occupato di noi), fino a diventare una caratteristica stabile della nostra personalità.

     

    L’obiettivo della terapia diventa dunque la comprensione ovvero di individuare quali sono gli “schemi” attraverso i quali viene ordinato e dato un significato a quanto accade intorno a noi e una volta compresi, renderli più flessibili, aumentare i punti di vista dell’osservazione, ponendo particolare attenzione alle emozioni dolorose (angoscia, depressione, rabbia ecc.) perché è solo conoscendole ed entrandoci in contatto che si possono trovare strategie utili per affrontarle e gestirle nel migliore dei modi possibili.

     

    Il cambiamento che si ottiene attraverso questo percorso può essere considerato di tipo profondo, in quanto si arrivano a comprendere i nuclei della nostra personalità permettendoci così di allargare i margini della nostra consapevolezza. L’approccio cognitivo oltre ad essere supportato da solide basi scientifiche, permette di ritagliare un intervento “su misura” in grado di tenere in considerazione l’ampia variabilità individuale.

    Parallelamente a questo modello di terapia, soprattutto nella fase iniziale, vengono affiancati strumenti appartenenti al repertorio della terapia cognitivo-comportamentale, con strategie mirate alla risoluzione del sintomo attraverso la valutazione dei pensieri che sottendono alle emozioni negative e dunque al disturbo presentato.

  • il cammino dentro un colloquio clinico

    Quello che si vive e si prova camminando lungo un sentiero lo considero del tutto simile a ciò che accade durante i colloqui clinici e nel processo di cambiamento che la persona affronta mentre soffre e prova dolore: si fa fatica, è dura, ma si può raggiungere la cima se si vuole.

    Cammino, alzo gli occhi verso la vetta: “ cavolo se è lontana?! va bene ok oggi ci provo ma magari mi fermo e torno indietro”. 

    Alzo gli occhi ancora, la cima si nasconde tra il bianco di nuvole veloci sospinte dal vento… il pensiero, il primo pensiero che ti passa per la testa è sempre lo stesso: “oggi non ci arrivo, oggi è dura, oggi non ci arrivo fin la su, c’è anche brutto tempo”; 

     

    poi c’è quella lieve paura perché intorno non c’è nessuno ed in montagna bisogna stare attenti quando si va da soli,

     

    cammino sulla carraia, alle spalle il rifugio e la macchina, lungo il sentiero ci sono solo io con i miei pensieri; 

     

    dentro il bosco c’è poca luce tra le foglie, il rumore dei miei passi, dei bastoncini ed il sibilo forte del vento,

     

    alzo lo sguardo tra gli alberi: “non si vede niente, oggi non si vede proprio niente, maledette nuvole”, lo stomaco si blocca, si chiude ed il battito aumenta: ”ma perché quest’ansia?!cosa c’è? Dai Luca non ci pensare!, forza!, avanti!” 

     

    lo sguardo si abbassa, la goccia di sudore firma la punta dello scarpone: “ ecco la salita…non ci arrivo fin la su….è dura…c’è anche brutto tempo… non ci pensare! forza! avanti!”


     

    cammino, 
    il battito del cuore accelera, mi concentro sul respiro, mi concentro solo sul respiro e la mente si svuota dai pensieri…lo sguardo fisso al passo successivo, le gambe faticano… alzo lo sguardo: “ecco ti vedo!”



    cammino, 
    arrivo sul crinale e sento l’adrenalina: “ci sono quasi….attento a non cadere dai!”, mi sento vicino, la vedo, un respiro profondo…il battito si fa calmo, acqua fredda che sgorga nello stomaco: “ah! ci voleva!, ormai ci sono!”



    Sorrido perché quando si raggiunge la cima è sempre così, sorridi. Il rifugio in lontananza e le altre montagne intorno e la città è lontana…osservo le nuvole e sento il respiro del vento.



    Sono da solo ma con me stesso, stanco ma contento: “ok, adesso sono qui e sto bene…ancora un attimo e si torna al rifugio, ancora un attimo e si torna finalmente a casa”

  • Devo andare dallo psicologo, allora sono matto davvero!

    La Psicoterapia è per i matti e per i deboli,  per quelli fuori di testa! NO!
    La Psicoterapia si occupa di persone che vivono una fase difficile della propria vita e che cercano una mano nel superare le proprie difficoltà in un dato momento. Ammettere di avere dei limiti e saper chiedere aiuto è una competenza non una debolezza!

    Parlare con uno psicologo è come parlare con un amico! NO!
    Le chiacchere si fanno al bar con gli amici non con lo psicologo!

    Il terapeuta in seduta non si occupa solo dell’ascolto ma aiuta il paziente ad osservare le situazioni di disagio ed a superarle grazie all’uso di specifici strumenti  e  linee guida basate sul proprio orientamento, sulla propria esperienza professionale e sulla formazione di studi specifica.

     

    La terapia è una palestra, un laboratorio dove la persona si mette in gioco e sperimenta nuove sensazioni, esamina diversi punti di vista e soprattutto lavora sulle proprie emozioni, lavoro che non può essere svolto mentre si parla con un amico.

     

    Lo Psicologo ha la bacchetta magica! NO!

    Lo Psicologo non è un mago, non fa miracoli: se la persona che viene in terapia non vuole cambiare, non cambierà solamente sedendosi su una poltrona. Lo psicologo come la guida di montagna fornisce l’attrezzatura ma le gambe e la fatica per giungere in “cima” appartengono alla persona

    Vado dallo psicologo così mi dice esattamente cosa fare! NO!
    Se consigliassi ad un paziente cosa fare lo spingerei solamente ad utilizzare il mio punto di vista personale che non è detto vada bene per lui e per quella specifica situazione. 
    Lo Psicoterapeuta non deve sostituirsi al paziente nel prendere una decisione che solo quest’ultimo può prendere.

    La psicoterapia dura anni! NO!
    Ogni persona ha una situazione particolare, per cui non esistono regole o percorsi obbligati ma soprattutto gli obiettivi della terapia li decide la persona insieme al terapeuta. 
    La persona può decidere di cercare di superare un singolo problema specifico in poche sedute di sostegno, oppure se la situazione è più complessa, INSIEME, paziente e terapeuta possono decidere di intraprendere un percorso più lungo. In ogni caso la decisione sulla frequenza e la durata sarà condivisa sulla base delle aspettative del paziente e dei risultati, ed il paziente sarà sempre e comunque libero di interrompere, modificare, accorciare o prolungare la relazione in ogni momento ed in totale assenza di vincoli.

     

    La psicoterapia non risolverà mai tutti i problemi del paziente, ma lo aiuterà insegnandogli come andare nel profondo, dentro se stesso, per meglio comprendere le varie situazioni che lo affliggono.

  • La Battaglia dentro di noi

    Una sera un anziano capo Cherokee raccontò al nipote la battaglia che avviene dentro di noi.

     

    Gli disse: “Figlio mio la battaglia è fra due lupi che vivono dentro di noi.

     

    Uno è il male, è rabbia, paura, preoccupazione, ansia, dispiacere, autocommiserazione, rimpianto, rancore, avidità, falsità, senso d’inferiorità.

     

    L’altro è il bene, è gioia, amore, pace, speranza, serenità, umiltà, gentilezza, benevolenza, empatia, generosità, verità, compassione, fiducia. …

     

    il piccolo ci pensò su un minuto e poi chiese: “Quale lupo vince?”

    L’anziano Cherokee rispose semplicemente: “Quello a cui tu dai da mangiare”.

  • Guardarsi da un'altro punto di vista e l'esercizio del muro

    Cosa significa che la realtà è soggettiva?


    La terapia cognitiva costruttivista dice che non esiste una realtà oggettiva e che la realtà non è altro che il prodotto di chi la osserva, Cioè? Se non ti è chiaro proviamo con un esempio:

     

    ora osserva il pavimento od un muro di casa tua… 



    Fatto?



    Domanda: che cos’è che stai osservando? 

     


    La risposta sarà chiaramente un muro od una parete… Ora ti chiedo però di arricchire la tua risposta descrivendo quel muro con quanti più particolari e caratteristiche osservi anche se questo dovesse essere semplicemente un muro bianco.  Se ti concentri bene osservando da vicino quel muro potrai notare delle piccole imperfezioni, delle sfumature caratteristiche di quel muro e/o di quel pavimento. La tua descrizione, fatta di dettagli e particolari che tu hai osservato e percepito, è sicuramente differente da quella che potrebbe essere la mia descrizione o quella di chiunque altro di fronte a quello stesso muro o pavimento di casa…

     

    eppure il muro è sempre lo stesso no?

     

    In quest’ottica la psicoterapia ad approccio costruttivista mira ad evidenziare come ciascun individuo costruisce la realtà secondo le proprie regole interne, su ciò che “vede” ed in relazione alle proprie esperienze di vita creando in questo modo una propria mappa mentale interna necessaria per “orientarsi”. Nella prospettiva costruttivista le persone vengono viste come guidate dalla propria mappa mentale nel relazionarsi alla realtà che li circonda.

    La tua mappa “mentale” è aggiornata?


    Obiettivo ultimo della terapia costruttivista è l’analisi delle “mappa” mentale dell’individuo così come dei sintomi che portano a sofferenza, dolore e disagio. Secondo l’ottica costruttivista la persona sviluppa un sintomo nel momento in cui utilizza in maniera rigida la propria mappa mentale quando deve spiegarsi o “leggere” un evento, una situazione e/o relazionarsi agli altri. 

    Per intenderci: quello che accade quando la mappa mentale viene utilizzata in misura rigida è come cercare in maniera ostinata di orientarsi nel centro di New York con una cartina della città che però non è aggiornata e che quindi non permette di vedere “nuove” strade da percorrere quando ci si trova imbottigliati nel traffico. 

    Attraverso il processo terapeutico il paziente viene aiutato non tanto a cambiare mappa quanto ad aggiornarla non focalizzandosi rigidamente su un punto specifico della mappa che non è adatto per risolvere la situazione problematica.


    La persona in questo processo di ricerca diventa così esperta rispetto al suo modo di sentire, ai suoi pensieri, alle sue emozioni ed al suo sistema di conoscenza, mentre il terapeuta è un esperto per quanto concerne i metodi e gli strumenti che permettono un’analisi più approfondita del materiale al quale la persona non riesce a dare un senso e dove l’utilizzo della mappa non gli permette di “orientarsi”. In questo senso si ritiene il paziente l’unico esperto ed il terapeuta supervisore in questo processo di ricerca in quanto non esiste un'unica strada per svincolarsi da un momento di disagio e sofferenza.

     

    Aggiornare la mappa

     

    ll cambiamento così come il percorso lungo il quale avviene il cambiamento costa fatica per la persona che lo intraprende. Il terapeuta ha il ruolo di guida in questo percorso in quanto fornisce gli strumenti necessari perché si possa intraprendere il sentiero ma è la persona che cammina e che con le proprie gambe percorre il sentiero per giungere in cima, dove l’obiettivo è ridurre la propria sofferenza ed il proprio disagio. Il cambiamento avviene grazie alla ricostruzione ed alla conoscenza del funzionamento della persona, della propria mappa ed al riconoscimento degli schemi che si possono attivare in determinate situazioni. 

    La terapia cognitiva costruttivista si rivolge anche agli aspetti evolutivi della persona, dunque al suo passato, ma la prospettiva iniziale è quella di lavorare sul presente, in ciò che in quel momento crea sofferenza alla persona. Solo se necessario si analizzano anche le sequenze che possono emergere da episodi di vita passata. 

     
  • Chiedimi perché vado in montagna!

    Chiedimi perché, quando il resto mi sta stretto, l’unica via è il sentiero.
    Chiedimelo.

    Perché?

    "Perché in montagna non puoi sprecare fiato per parole inutili. Lo devi conservare per arrivare in cima, e il resto è silenzio o parole gentili.
    Perché l’unico peso è lo zaino. Non c’è peso per il cuore.
    Perché tutti, se lo desiderano, possono arrivare in cima. Solo un passo dietro l’altro.
    Perché incroci persone che trovano ancora un momento per salutarti.
    Perché non ci sono orpelli: ci sei tu e c’è il tuo corpo, che devi custodire e curare, se vuoi avere le forze. C’è il cielo con i suoi umori.
    Non si scherza con la pioggia, il vento, la neve o la notte.
    Devi fare molta attenzione, e tornare a quello stadio primitivo in cui la natura e i suoi movimenti erano parte della tua vita, parte integrante del tuo quotidiano.

    Non puoi snobbare la natura, in montagna: ti tira per la manica, ti chiede di guardarla, di studiarla, di esserle presente.
    In montagna puoi e devi essere presente a te stesso, senza distrazioni.

    Forse è per questo che, sopra tante vette, telefonini e internet funzionano a singhiozzo… è la natura che ti dice: “Lascia stare, lascia stare il superfluo. Stai con gli amici. Stai con gli animali. Stai con te stesso. Non ti serve nient’altro
    ”. Cit. Valeria Tonella

  • Perché la montagna può considerarsi terapeutica? Cosa c'è oltre alla vetta?

    Perché la montagna può considerarsi terapeutica? Cosa c'è oltre alla vetta?

     

    In montagna attraverso il cammino ci si focalizza sui propri stati d'animo, sulle mutazioni e sui cambiamenti che avvengono dentro sé stessi così come accade nel terreno, nel panorama, nel cielo o nel meteo. Non solo ma la montagna con le sue difficoltà ti porta a contatto con emozioni negative che sempre più spesso l'individuo nega a sé stesso e che fatica a riconoscere. 

     

    In questo laboratorio "naturale" le forti emozioni, i legami che si creano e le interazioni che la montagna fa emergere permettono all'individuo di sperimentarsi con un sé stesso che inevitabilmente, posto di fronte a certe situazioni, non può essere più lo stesso. In montagna si esaltano i propri limiti così come le proprie risorse e si riattivano sistemi motivazionali primitivi che spesso nella realtà di tutti i giorni si tengono sotto traccia. In montagna e con il gruppo si attivano anche processi relazionali alla base dell'essere umano: la necessità di legarsi agli altri, di dipendere dall'Altro, il bisogno di solitudine e di isolamento, l'affidarsi ma al tempo stesso il ritirarsi dall'altro.


    e la Psicologia?


    Il ruolo del professionista che insieme alla guida alpina accompagnerà il gruppo è prima di tutto di aiutare i processi comunicativi e di relazione tra i componenti al fine di formare il “gruppo” così come fornire momenti di scambio in cui si possano cogliere e leggere tutte le sfumature che una esperienza del genere offre. È compito dunque del professionista introdurre e far vivere una esperienza che stimoli l’interesse e la passione per l’attività proposta attraverso l’utilizzo di strumenti complementari alla guida atti a dare un significato di lettura rispetto a ciò che si stà facendo ed al perché lo si fa con l’obiettivo ultimo di far sì che ciascuno ritorni alla “città” con qualcosa di nuovo e utile per il proprio sé.